A volte ritornano

Certi argomenti sono ricorrenti proprio perché le soluzioni sono molto in là da venire soprattutto quando si parla di Realtà Virtuale, ancora ampiamente snobbata dalla stragrande maggioranza dei musei.

Perché trovare asilo nelle sale di queste istituzioni culturali è così arduo? In fin dei conti gli allestimenti delle vetrine sono in genere rinnovati, qualche monitor fa capolino alle pareti con video di ricostruzioni storiche virtuali, la consapevolezza che i supporti multimediali siano necessari sta maturando.

Alcuni segnali possono essere incoraggianti, ma il vero salto di qualità sembra che in realtà si stia allontanando, i video sono comunque esperienze passive, con percorsi scelti sempre dai curatori dei musei, la nuova frontiera dell’interattività e la “presa di potere” del visitatore (della serie decido io cosa mi interessa di più) è ancora una chimera.

L’esperienza concreta, messa in piedi al Museo della Città di Bologna relativa al progetto de “La Macchina del Tempo” sulla ricostruzione del centro storico medievale, rimane una “cattedrale nel deserto”, nonostante le non scontate reazioni più che positive dei visitatori.

Perché non si riesce a sfondare il muro di gomma dei musei tradizionali?

Il problema è sfaccettato

Sicuramente permane un fattore “filosofico” con il rigetto di qualsiasi cosa si allontani dalla sacralità accademica, dal silenzio riverente all’interno delle sale museali e poco importa che nuovi canali digitali siano portatori di contenuti estremamente “seri” e storicamente attendibili, è la modalità di fruizione che desta sospetti con la possibilità di gestirsi in autonomia la propria esperienza culturale.

L’apprendimento ha una forte componente emozionale, scambiata spesso per superficialità e mancanza di serietà, lo stimolo dell’interesse e curiosità prodotto naturalmente dalla Realtà Virtuale viene accantonato con sufficienza ed una discreta dose di snobismo, per rientrare il più velocemente possibile entro i canoni di una pacata e “sonnolenta” visita museale.

Il sotto prodotto inevitabile di questo approccio prevalente, diciamolo un po’ “polveroso”, identifica le esperienze interattive di realtà virtuale con i videogiochi, relegandole in genere ai laboratori per bambini, di cui ogni museo si fa vanto; la cosa buffa è che questo accade invariabilmente anche quando le ricostruzioni storiche in 3D sono pensate espressamente per un pubblico adulto, il solo che possa apprezzare certi livelli di accuratezza nei dettagli.

A questo punto come ciliegina sulla torta l’elemento umano dei curatori dei musei diventa determinante, in effetti le resistenze maggiori passano da questo “imbuto” di persone che, con la scusante di essere in genere digitalmente analfabeti, si impegnano a smontare sistematicamente le fragili esperienze VR appena nate, anche con un malcelato godimento.

Non l’abbiamo mai fatto” sembra un appiglio sufficiente, ma anche l’intramontabile “il nostro pubblico non è abituato a queste cose” può servire egregiamente, mentre il meno diffuso ma efficacissimo “non abbiamo gli spazi adatti” ti copre le spalle e chiude la discussione. Non sia mai detto che si riesca a stringere il posto occupato da decenni da uno degli innumerevoli manufatti in esposizione…

Ci dobbiamo rassegnare alla situazione? Proviamo a mantenere un moderato (ma non si sa quanto fondato) ottimismo sulla crescita inevitabile di queste giovani tecnologie? Predicare nel deserto non è mai stata un’attività molto divertente, forse è meglio sedersi lungo il fiume ed aspettare che passi il famoso nemico…

 

 

 

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